Questa libertà, di Pierluigi Cappello, poeta (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1º ottobre 2017)

La libertà conquistata in un rapporto autentico e profondo con la letteratura è il cuore dell’autobiografia di Pierluigi Cappello, “Questa libertà”.

Per Cappello la ricerca della parola autentica è l’unico modo per elevarsi al di sopra della brutalità animale di cui siamo fatti, pur comprendendola. 

    Il suo racconto parte dall’infanzia e dalla casa in collina a Chiusaforte, in Friuli; e dalle passeggiate lungo il torrente, sotto il cielo azzurro.

 La sua famiglia è umile, il padre portò sulla schiena la prima lavatrice acquistata, fino in cima alla collina; e nella loro casa arrivò un giorno un venditore di enciclopedie, perché in paese aveva sentito che vi abitava un ragazzino sveglio, che leggeva scorrevolmente. E il padre comprò i volumi, che Pierluigi cominciò a leggere ogni giorno. 

    Cappello racconta un’infanzia serena che un giorno crollò insieme alla casa in collina, con il terremoto del 1976. Nessun morto a Chiusaforte,  ma gli abitanti soffrirono lo sfollamento e poi anni di disagi e vita nelle baracche.

Pierluigi è stato un ragazzino e un uomo bellissimo.

 A quattordici anni si iscrive al tecnico aeronautico di Udine perché un libro (vinto grazie ad un tema) gli ispira il sogno del volo. E’ un adolescente che viene dalla provincia e trova nuovi spazi interiori nella lettura, anche stando a cavalcioni tra le fronde di un albero, mentre gli amici fanno il bagno. Oppure leggendo libri di poesia nella sala studio della scuola, nelle pause, quasi di nascosto.

Dopo il terremoto un altro evento viola gravemente l’esistenza del poeta: un incidente mortale in motocicletta, in cui Pierluigi, sedicenne, riporta danni gravissimi alla colonna vertebrale, subisce interventi chirurgici e un lungo ricovero riabilitativo, ma rimane per sempre paralizzato dalla vita in giù. 

E’ molto commovente la descrizione del momento in cui riprende tra le mani il suo amato Moby Dick e per leggere riesce a raccogliersi verso il centro del corpo, a letto, sforzandosi per ritrovare la storia che gli è cara e che poi ritornerà in diverse poesie, come “Le notti calde e gli alisei”.

   Durante la lunga degenza per la riabilitazione, Pierluigi legge molto e scrive sul taccuino; racconta che su una pagina annota citazioni di frasi e nella pagina accanto gioca con una parola scelta, inventando diversi modi per utilizzarla.

Il poeta dà molta importanza alla ricerca delle parole che devono essere vive, fatte di carne, espressive.

 “Non esiste altro lessico se non il tuo, in poesia; e quel lessico deve accordarsi con lo sguardo tuo proprio, deve intrecciarsi alla relazione che il tuo sguardo stabilisce con i tuoi sensi e che i tuoi sensi stabiliscono con il mondo, finché il lessico stesso, le parole stesse, diventano relazione. Un intreccio da cui una forma di verità molto parziale, la tua, si sviluppa e cresce con il tuo respiro.”

Vi invito dunque a leggere”Questa libertà”, un testo breve e intenso, che si divora in poco tempo, e la seguente poesia del poeta, tratta da Un prato in pendio (raccolta completa):

La parte soleggiata di noi stessi

non somiglia a questo

prato d’agosto

che vedi

somiglia piuttosto a una pietra

che il tempo abbia sepolta

nel fondo profondo di noi

oppure sta come un’isola

e noi siamo sponda

ma sempre al di qua di quell’isola

dove io si dice per dire

  • per essere – noi