“Bambini alla conquista della scrittura”, saggio narrativo dell’insegnante francese Elisabeth Bing.

Il libro, da poco riedito in Italia grazie alla casa editrice La linea, racconta la nascita dei laboratori di scrittura dell’insegnante francese Elisabeth Bing, da lei creati bel 1969 in un istituto medico pedagogico per ragazzini definiti caratteriali.
La scrittura di quei ragazzini le appariva sofferta fin dal gesto e si esprimeva spesso in frasi fatte, con parole che rispondevano più alle aspettative altrui sull’infanzia che sulla reale espressione del mondo interiore da cui era invece sconnessa.
La Bing escluse dalla sua pratica sia il testo libero, inteso come scrittura spontanea, sia il mero insegnamento di strategie di scrittura.
In ordine, ella puntò dapprima all’accoglienza affettiva della scrittura come segno personale dei ragazzini; poi alla connessione degli studenti con la propria sensorialità e con il proprio mondo interiore; seguono l’esperienza letteraria di lettura e scrittura come possibilità di indagine del proprio mondo interiore; infine la scrittura come forma d’arte letteraria, in cui riflettere sull’espressione linguistica, anche grazie al confronto continuo con l’insegnante- osservatore e consulenze – e con i compagni. Il contesto è molto importante, perché è motivante, in quanto accoglie, apre al confronto e poi alla pubblicazione, con la lettura ad alta voce dei testi oppure con la registrazione degli stessi anche con un sottofondo musicale scelto dai ragazzi.
E ora procediamo con ordine, anche se la Bing tenne a precisare che un laboratorio di scrittura non può essere ingabbiato in una struttura procedurale, ma nasce sempre da margini inattesi, scoperti nel rapporto con chi vive l’esperienza. Evidenziamo, più che altro, le tappe principali del suo percorso, per come si delineano nel suo saggio-racconto, sapendo che possono esserci utili come binari in cui poter inserire altro.
Obiettivo numero uno: accogliere affettivamente la scrittura dei ragazzi come segni scritti e quindi estensione della loro identità. La Bing utilizzò gli elenchi semplici come “Mi piace” /”non mi piace”, cui noi potremmo aggiungere ricalchi di poesie enumerative o di poesie con anafore (per esempio “Considero valore” di Erri De Luca, ma ne esistono tantissime).
Obiettivo numero due: la connessione dei ragazzi con i propri sensi, anch’essa base di una scrittura efficace. La Bing propose le esperienze del “nominato” in cui chiedeva ai ragazzini di scegliere un luogo da cui osservare il mondo esterno, delimitato al loro sguardo, cui guardare come con un paraocchi, in un campo aperto. Chiedeva allora di scrivere ciò che percepivano con i cinque sensi, compresi eventuali movimenti di uccelli, insetti o persone di passaggio. Ho creato un’esperienza simile, di recente, descritta nell’articolo Laboratorio di scrittura all’aperto, nel campo della scuola.
Obiettivo numero tre: connessione dei ragazzi con il proprio mondo interiore, attraverso le esperienze di lettura-ascolto di storie mitologichee con la riscrittura delle stesse.
A tal proposito, mi hanno colpita, fra le altre, le esperienze di riscrittura dei racconti del volo di Icaro e del labirinto del Minotauro, in cui emergono i risvolti simbolici e potenti per la scoperta di sé e il ritrovamento della propria libertà di vita e di espressione. L’autrice non scrive i titoli dei testi letterari proposti, ma afferma che essi sono stati diversi, soprattutto per il labirinto. Dai testi scritti dai ragazzi viene anche da pensare che essi si fossero soffermati sul lessico dei testi letterari letti e ne avessero analizzato le strutture, ma di questo la Bing non fa parola. In questo periodo mi accingo a studiare e selezionare per i miei studenti diverse fonti di miti, tra cui Le metamorfosi di Ovidio ed Eroi, di Giorgio Ieranò, in modo da scegliere i testi su cui fare un laboratorio sui miti.
Obiettivo numero quattro: la scrittura come pratica d’arte e quindi lavoro sul linguaggio. L’insegnante motiva la scrittura con la lettura dei testi modello e con la creazione di un contesto comunitario di attenzione – a partire da sé – e di confronto costruttivo, non giudicante, per migliorare un testo, partendo da quello che una persona vorrebbe esprimere.
Il racconto della Bing si sviluppa in questo libro come percorso metacognitivo di un’insegnante appassionata che ragiona giorno per giorno sulla strada da percorrere per insegnare scrittura a un gruppo di ragazzini feriti ed emarginati. Esso espone anche i testi dei ragazzi e rende visibili i loro progressi, grazie a un indice finale con i nomi e le pagine di riferimento.
La Bing ci tenne a non prescrivere procedure precise per i suoi laboratori, che furono replicati negli anni 70 e oltre sia in Francia che in Italia, in particolare nel bolognese. Non voleva ingabbiare il laboratorio in una procedura perché in un’esperienza laboratoriale l’insegnante e i ragazzi hanno un ruolo centrale. L’insegnante è un conduttore attento che deve sintonizzarsi con i ragazzi e agire di conseguenza, muovendo proposte calibrate sulle esigenze via via emergenti.
L’autrice scrisse altresì che secondo lei non sarebbe stato possibile replicare l’esperienza di laboratorio di scrittura nelle scuole, nelle modalità in cui lei condusse la prima esperienza, per tanti motivi.
Noi possiamo però arricchirci, e molto, con la lettura di questo suo saggio, che vi consiglio, e con lo studio di quanto venne fatto successivamente nel nostro paese, con la lettura del libro “Il laboratorio di scrittura a scuola”, delle docenti e autrici Cocever e Chiantera, di cui vi parlerò la prossima volta.