Brevi racconti autobiografici

Racconti autobiografici che possono essere letti come testi mentori per il genere, anche per un laboratorio di scrittura, tra l’ultimo anno della secondaria di primo grado e il biennio della secondaria di secondo grado

STORIA DI UNA BICICLETTA, dalla raccolta di racconti “Ho pensato che mio padre fosse dio”, di Paul Auster.

Tra il 1930 e il 1940 il più grande sogno di ogni bambino tedesco era quello di possedere una bicicletta. Io risparmiai per anni, mettendo da parte i soldi  che ricevevo per il mio compleanno e per Chanukah, cui si aggiungevano i premi in denaro per qualche risultato scolastico eccezionalmente buono. Mi mancavano ancora venti marchi per raggiungere il mio scopo.

La mattina in cui compii tredici anni, aprii la porta del soggiorno e rimasi strabiliata nel trovarmi davanti la bicicletta che ammiravo da tanto tempo nella vetrina del signor Schmitt. Il sellino era nero e ampio, e il telaio cromato luccicava. Ma soprattutto, meraviglia dellle meraviglie, montava dei larghi pneumatici rossi a bassa pressione, l’ultimo ritrovato della tecnica, che a differenza delle tradizionali gomme nere davano migliore aderenza e attutivano co più efficacia le asperità della strada. Non vedevo l’ora che finisse la scuola per potermene andare in giro per la città a pavoneggiarmi nell’ammirazione dei pasasanti.

    La bicicletta divenne la mia fidata compagna. Poi, in una gelida mattina del gennaio 1939, dovetti fuggire dalla Germania e dal regime di Hitler. Partii insieme a un gruppo di altri bambini spediti in fretta in Inghilterra. Potemmo portarci solo una piccola valigia, ma i miei genitori mi promisero che avrebbero trovato il modo di mandarmi la bicicletta. Nel frattempo, l’avrebbero tenuta al sicuro in cantina.

   Grazie a un colpo di fortuna, conobbi e feci amicizia con alcuni membri della chiesa metodista di Ashford, nel Middlesex. I miei nuovi amici riuscirono a convincere la congregazione a raccogliere fondi per affittare un appartamento destinato ai miei genitori, il che, una volta approvato il progetto, avrebbe offerto loro un rifugio in Gran Bretagna. Grazie ai documenti preliminari, il governo tedesco permise a papà e mamma di spedire una voluminosa cassa di legno ai miei amici. Gli oggetti che vi avrebbero messo andavano approvati uno per uno: non avrebbero potuto mandarmi niente di prezioso, ma nessuno sollevò obiezioni alla presenza della bicicletta. Intanto vennero completate le carte dei miei genitori presso il ministero degli Interni inglese. Era tutto a posto: mancava solo l’ultima firma. Poi scoppiò la guerra e questo segnò la sorte dei miei. Persero entrambi la vita nel 1942 nei campi di concentramento.

   Nel settembre del 1939 tutto ciò apparteneva ancora al futuro.

Si continuava a sperare in una rapida conclusione della guerra, a credere nella possibilità di riunirsi ai propri familiari. Un mese dopo fui accettata in una scuola per infermiere specializzate in pediatria. L’istituto St Crhistopher’s si era trasferito fuori Londra – lontano dalle minacce dei bombardamenti – in un minuscolo villaggio dell’Inghilterra meridionale. Sei mesi più tardi ottenni il permesso di prendere una settimana di vacanza. Dovetti seguire un rigido protocollo ed etichettare tutto quanto non avrei portato con me. Attaccai diligentemente un cartellino con il nome della mia bicicletta e la lasciai al solito posto nella rastrelliera.

   Nel giro di pochi giorni ricevetti una lettera da parte della direttrice, che mi informava dell’approvazione di una nuova legge. Mi ero trasformata in una “straniera nemica”, e non potevo avvicinarmi a più di diciotto chilometri dalla costa inglese. Non solo il mio addestramentosi interruppe nella maniera più inaspettata: mi venne comunicato che non mi ero attenuta alle istruzioni, e per questo i miei vestiti non si trovavano più.

Quanto alla bicicletta, ne fu addirittura messa in dubbio l’esistenza. Ero piena di rabbia, e mi sentivo furiosa e inerme di fronte a tante vergognose bugie, ma soprattutto mi mancava la mia bicicletta, divenuta una così buona amica per me.

   Negli anni successivi viaggiai molto, rispettando sempre la legge che obbliga i rifugiati ad avvertire la polizia ogni qual volta si allontanavano dalla propria residenza per più di ventiquattro ore. Alla fine del 1945 – abitavo a Londra a quell’epoca- ricevetti una cartolina con il sigillo ufficiale della polizia. Mi gettò nel panico. Il messaggio mi invitava a recarmi al commissariato il più presto possibile. Tremavo senza riuscire a controllarmi. Cosa avevo fatto di male? Incapace di dominare la pura e i fantasmi evocati dall’incertezza, mi diressi immediatamente alla stazione di polizia in cima alla collina e mostrai la comunicazione al sergente in servizio.

  • Ehi, Mac. C’è qui la ragazza che stavi aspettando!

Comparve un altro funzionario.

  • Lei ha mai posseduto una bicicletta?
  • Dove è andata a finire?

Gli raccontai la faccenda dall’inizio. Dopo un po’ quasi tutti i presenti si erano messi ad ascoltare la mia storia. Trovai la cosa un po’ sconcertante.

  • Che aspetto aveva?
  • La descrissi. Quando menzionai gli inconsueti pneumatici rossi, scoppiarono tutti in una risata di sollievo. Uno dei funzionari portò dentro una bicicletta.
  • E’ questa?

Era arrugginita, con le gomme a terra e il sellino squarciato, ma era sicuramente la mia.

  • Be’, cosa sta aspettando? Se la porti a casa.
  •  Oh, grazie, grazie infinite- esclamai. – Ma come avete fatto a recuperarla?
  • – L’avevano abbandonata e qualcuno l’ha trovata. E’ stata portata qui perché aveva ancora una targhetta con il nome.

Felicissima, la spinsi a mano fino al mio appartamento. Ma quando la padrona di casa mi vide rimase inorridita.

  • Non vorrà girare per Londra su quell’affare, vero?
  • – E perché no? Ha solo bisogno di qualche piccola riparazione, e poi tornerà come nuova.
  • Non è questo il problema.
  • Quelle gomme spesse rivelano senza ombra di dubbio che viene dalla Germania. La guerra è finita, ma li odiamo ancora con tutte le forze, quei bastardi, loro e qualsiasi cosa ce li ricordi.

    Feci ridipingere il telaio, feci riparare il sellino e le ruote, ma un solo giretto nel quartiere bastò a convincermi che la mia padrona di casa aveva ragione. Invece di sguardi ammirati, mi piovevano addosso grida e parole di scherno. Due anni dopo vendetti la bicicletta per pochi scellini a un collezionista di cimeli di guerra.

Edith Riemer.

QUEL DOLCE PROFUMO DI FELICITà , di un autore che ignoro, chiedo venia (è un racconto che mi inviò una gentile collega ed era scritto sul ritaglio di una rivista.

    L’odore di caramello bruciato arrivava fino alla casa dei nonni. Avevamo la fortuna di dover semplicemente attraversare la strada per entrare alla Fiera, che ogni anno ad agosto veniva allestita lungo il viale, che prende appunto il nome di Paseo della Feria. Durante la mia infanzia l’intera famiglia si riuniva in quel luogo: fratelli, zii, cugini e qualche amico che si aggiungeva al nutrito gruppetto. C’era una tale confusione che tutti quanti facevamo ciò che ci pareva. Nessuno teneva il conto di nulla e alla fine, tra tutti, noi bambini racimolavamo denaro sufficiente per salire su ogni sorta di aggeggio. Ci piacevano da morire gli autoscontri e il trenino, le cui sbandate laterali avrebbero potuto fratturare il collo a chiunque. Bisognava tenersi davvero forte e mantenere in tensione i muscoli del collo per evitare che la testa ci volasse via. 

  Sul “calcinculo” la sicurezza era minima e per di più agitavamo i seggiolini come pazzi. Se arrivavamo a toccarli con i piedi, spingevamo quelli davanti a noi. Saltavamo da un’attrazione all’altra disposti a giocarci la vita, posseduti dalla musica trascinante che arrivava dagli altoparlanti assieme all’annuncio dello spettacolo della Petite Terin, la donna più piccola del mondo. Credo che la Fiera sia stata una perfetta palestra per addestrarci a ciò che la vita ci avrebbe riservato in futuro:sgomitate per salire per primi sulle macchinine, per poi scendere con la piattaforma ancora in funzione, con la nausea ma ansiosi di raggiungere l’attrazione successiva.

   Ricordo abbastanza chiaramente le fiere di quando avevo 9, 10 e 11 anni. Ciascuno viveva la propria vita in funzione dell’età: gli adulti con gli adulti e i bambini con i bambini. Ci liberavamo gli uni degli altri, in modo sano e necessario, cosa che non sono mai riuscita a fare con mia figlia. Non appena atterravo alla “casa della libertà”, la casa dei nonni, approfittavo per radermi le gambe con il rasoio di mio padre e altrettanto faceva mio cugino Manolo, che si era invaghito del mio vestito bianco della Prima comunione e se lo provava ogni volta che poteva. Poi ci dirigevamo al tiro a segno raccontandoci, tra uno sparo e l’altro, i nostri  sogni. Quello di mio cugino era avere un bastone d’oro e argento e il mio, semplicemente di essere grande. Ed entrambi si sono realizzati.

   Soltanto una volta il nonno mi portò al circo della Fiera, come regalo soltanto per me, e mi annoiai come non mai. Per non deluderlo resistetti sino alla fine. Ero troppo selvatica per apprezzare la finezza di uno spettacolo che pareva non finire mai. Soltanto i trapezisti risvegliarono un poco la mia attenzione, anche se alla terza capriola ero già stanca. Il nonno mi spiegò che quelle persone erano un esempio di perseveranza e sacrificio per riuscire a svolgere la loro attività con il sorriso sulle labbra, come se non richiedesse alcuno sforzo. E la verità è che odio me stessa mille volte per non riuscire a farmelo piacere. E i pagliacci rappresentano il culmine di ciò che mi piace meno del circo. E mi odio anche perché mi sembrano così tristi e noiosi. E non mi attirano nemmeno gli animali che fanno cose che abitualmente fanno le persone, sebbene il nonno dicesse che serviva tanto lavoro per far sì che un’elefantessa di nome Valeria posasse sul petto del domatore sdraiato a terra una zampa leggera come una piuma, senza fare la minima pressione.

   Mi dispiace, non mi ha impressionato. Mi impressiona di più un leone che ruggisce o un elefante che abbatte un albero, perché sono cose che un essere umano non potrà mai fare. Ad ogni modo all’uscita, assonnata e sfinita, ebbi la mia ricompensa: un delizioso zucchero filato che ancora oggi corro a comprare appena mi è possibile, perché trasposta il mio cuore nel mondo che mi appartiene.

  Come dicevo, la festa iniziava con quel meraviglioso odore dolce che spingeva ad attraversare la strada e a gettarsi tra il rumore, la musica e il vocio della gente. Il viale era lungo e ospitava due chilometri di attrazioni meccaniche e casette di ogni tipo, dove scialacquare i soldini che ci davano genitori, zii e nonni, entusiasti all’idea di perderci di vista. In alcune vendevano frutta candita, torrone, frutta secca, sebbene a farla da padrone fossero le mele caramellate e lo zucchero filato.

   Ma soprattutto lo zucchero filato era l’essenza della Fiera, la sua ragione d’esistere. Era etereo come il nostro futuro. Un sogno, che svaniva non appena affondavamo il viso nel suo colore rosato. Sulle labbra restavano deliziosi fili, a ricordo di ciò che la vita avrebbe potuto essere. Enormi nubi che ci offrivano un istante di delizia. Bisognerebbe fare un monumento a chi ha inventato questo meraviglioso, impalpabile e raffinato dolce, che nessun pasticciere è riuscito a eguagliare.

  Qualcuno ha avuto l’idea e qualcun altro ha realizzato la macchina nella quale lo zucchero si trasforma in un’illusione, pensando non ai palazzi ma alle fiere per i bambini, alla semplice gioia di vivere.

La felicità pura, di Antonella Lattanzi

Ero un bambino. Luglio era volato via tra giochi in spiaggia e bagni tra le onde del Salento. E poi era agosto. L’inizio della scuola era impossibile, l’estate non sarebbe mai finita. Avevo fatto il bagno con Lorenzo, mio padre ci aveva guidato attraverso le onde. Ero così pieno di adrenalina, ero così stanco. Mia madre aspettava con gli asciugamani tra le braccia, c’era vento, il mare era una distesa di cavalloni, bianco e spumoso mi tirava giù e io lottavo, la mano nella mano di mio padre, risalivo, saltavo, mi buttavo.

Tornammo a riva vincitori. Mia madre ci abbracciò entrambi, me, Lorenzo, con questi asciugamani rossi e blu, ce li strofinava sui capelli, arrivai all’ombrellone come un guerriero torna alla battaglia, esausto, sorridente, mia madre mi tolse il costume bagnato, stese un asciugamano bianco, enorme, sulla sabbia, e io mi lasciai andare su quel bianco, nudo. Chiusi gli occhi. Si sentivano le voci degli altri bambini che giocavano, degli adulti che parlavano, mi arrivava qualche parola, mi cullava, c’era il profumo delle creme solari che aleggiava nell’aria, il sole che passava attraverso le palpebre chiuse, avevo freddo, poi pian piano il tempore mi avvolgeva, mi lasciavo andare.

Poi una risata piccola, alta e forte, mi riportò alla veglia, alzai la testa, la ributtai giù, mi girai su un fianco, mi rannicchiai su me stesso, respirai. Vieni a giocare? Era la voce di Lorenzo. Sentivo tutto, non sentivo niente, mi arrivava il rumore dolce delle onde contro la battigia, l’odore del sale, sentivo il sale che si asciugava sulla pelle, mi sembrava che croccasse, sognavo un altro bagno, un altro bagno. Volevo una pistola spara-acqua. L’avevo vista al bar.  Volevo un gelato, non sapevo ancora quale, pregustavo il momento in cui sarei stato lì a scegliere.  Il sole era caldo, era buono , e io ero felice. Piano mi addormentavo. Ero giovane e invincibile. Conoscevo la felicità pura, senza ombre. Ora ho quarant’anni e sono debole. Non ho mai più avuto un’estate così.

Ora pensa ad un tuo ricordo e scrivi.

Comincia dicendo quanti anni avevi.

Poi scrivi il periodo dell’anno.

Infine descrivi una scena mostrando dettagli sensoriali: com’è il tempo; cosa si vede; odori; sapori…

Suggerimenti di scrittura:

Avevo… (età). Era…(quale periodo dell’anno?)  Mi trovavo a… (dov’eri?) con (con chi?)

C’era… (descrivi l’ambiente) Si vedeva… Si sentiva…

Natale in famiglia, dalla raccolta “Ho pensato che mio padre fosse dio”, di Paul Auster.

Questa storia me la raccontò mio padre. Accadde all’inizio degli anni Venti a Seattle, quando io non ero ancora nato. Papà era il maggiore di sei fratelli e una sorella, alcuni dei quali non vivono più nella loro città d’origine.

    Le finanze della famiglia avevano subito un vero tracollo.  L’attività di mio padre era andata a rotoli, non si trovava lavoro, e il paese rischiava la crisi. Quell’anno facemmo l’albero di Natale, ma non avremmo ricevuto neppure un regalo. Non potevamo permetterceli, ecco tutto. La sera della vigilia andammo a dormire piuttosto giù di morale.

   Incredibilmente, quando ci svegliammo la mattina dopo, trovammo sotto l’albero una montagna di doni. Cercammo di controllarci durante la colazione, ma arrivammo alla fine del pasto a tempo di record.

   Poi cominciò il divertimento. Iniziò mia madre. Tutti eccitati ci mettemmo intorno a lei: il suo pacchetto conteneva un logoro scialle dimenticato da qualche parte parecchi mesi prima.

Mio padre ebbe in sorte una vecchia scure con il manico rotto. Mia sorella ricevette le sue pantofole usate. Uno di noi ragazzi trovò un paio di pantaloni rappezzati e spiegazzati. A me toccò il cappello che credevo di aver lasciato in un ristorante il mese prima.

  Ognuna di quelle vecchie cianfrusaglie fu un’assoluta sorpresa. Cominciammo ben presto a ridere con tanto gusto da riuscire a stento ad aprire il pacchetto successivo. Ma da dove arrivava tanta abbondanza? Era tutto merito di mio fratello Morris. Da parecchi mesi aveva cominciato a mettere da parte oggetti di scarto della cui assenza sapeva che non ci saremmo accorti. Poi, la vigilia di Natale, ci aveva lasciati andare a dormire, aveva impacchettato i regali senza far rumore e li aveva ammucchiati sotto l’albero.

   Ricordo ancora quel Natale come uno dei più belli della mia vita.

Don Graves, Anchorage, Alaska.

Ora scrivi le tue impressioni e connessioni in un unico testo.

Impressioni:

Che cosa ti ha colpito o emozionato di questo racconto?

C’è qualche dettaglio che ti ha colpito?

Connessioni:

Il racconto ti ha fatto pensare a qualcosa di personale?

Il racconto ti ha fatto pensare ad altri testi, libri, racconti, film?

Estate, di Cesare Pavese, da I racconti

Di tutta l’estate che trascorsi nella città semivuota non so proprio che dire.

Se chiudo gli occhi, ecco che l’ombra ha ripreso la sua funzione di freschezza , e le vie sono appunto questo, ombra e luce, in un passaggio alternato che investe e divora. Amavamo la sera, le nubi torride che pesano sulle case, l’ora calma. Del resto anche la notte ci faceva l’effetto di quella lieve penombra che inghiotte chi dal gran sole rientra in casa. C’incontravamo sull’imbrunire ed era già mattino, era un’ altra giornata tranquilla. Ricordo che la città era tutta nostra – le case, gli alberi, i tavolini, le botteghe. Nelle botteghe e sui banchi rivedo montagne di frutta. Ricordo il profumo caldo e le voci nelle vie. So dove cade a una cert’ora il riquadro di sole sul mattonato della stanza.

Di noi, invece, e delle nostre parole non trovo quasi nulla. So che mangiai molta frutta; che mi assopii tante  volte abbracciato e abbracciando; che attardandomi la sera per via, godevo i passanti, i colori, gli istanti, sapendomi atteso. So che le mie mani e il mio corpo erano divenuti una cosa tenera e viva, come appunto le nuvole, l’aria e le colline in quelle sere d’estate.  Tutto questo mi fu familiare, e direi quotidiano se il succedersi  di quei giorni non mi paresse tuttora illusorio, tanto che a volte l’intera stagione mi riesce, a ripensarci, una sola giornata che vissi in comune.

Questa giornata era dentro di me, e la compagnia che finì con l’estate le dava un senso e una voce. Quando ci lasciavamo non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove, come a un convegno, come in fondo alle vie scompare e riappare la collina. La vedevamo ogni sera coprirsi d’ombre e ci piaceva tanto nella sua calma che divenne una delle cose della stanza, divenne parte della finestra e della via. Nella notte breve non scompariva, tant’era  vicina. La giornata cominciava e finiva con lei. Mangiavamo la frutta guardandola.  Adesso non resta che la collina e la frutta.  La città semivuota mi pareva deserta.  Il gioco dell’ombra e del sole l’animava tanto, ch’era bello fermarsi e guardare da una finestra sul cielo o su un ciottolato.  Sapere che oltre alla luce e all’ombra fresca c’era qualcosa che mi stava a cuore e rinasceva col sole e affrettava la notte , dava un senso a ogni incontro che avvenisse in quelle strade.  C’erano gli alberi che  bevevano il sole, c’erano i gridi delle donne, c’era un grande silenzio. Uscivo dalla stanza presentendo altri sentori e la frescura della sera. Potevo guardare e amare ogni cosa.

A volte, in un’altra parte della città, c’era una piazza che mi attendeva,  con le sue nuvole e il suo caldo calore. Nessuno l’attraversava, nessuna finestra si apriva, ma si aprivano gli sfondi  delle vie deserte in attesa di una voce o di un passo.  Se tendevo l’orecchio , nella piazza il tempo si fermava. Era giorno alto. Più tardi, a sera, ci pensavo e la ritrovavo immutata.

La mia sedia a dondolo, dalla raccolta “Ho pensato che mio padre fosse dio”, di Paul Auster.

Avevo otto anni nell’estate del 1944. Ero un bambino vivace, e mi piaceva esplorare i boschi che circondavano la nostra casa nel nord del New Jersey. Durante una delle mie avventure scoprii i ruderi di un vecchio edificio. I muri erano crollati e distrutti, ma rimanevano visibili le tracce di chi vi aveva abitato, sparse qua e là sul terreno. Raccolsi qualche rottame, e mi resi conto di aver trovato quasi tutti i pezzi di una piccola sedia a dondolo di robusto legno d’acero e di altri alberi da frutto. Sembrava sopravvissuta a molti inverni nella foresta.

   La portai a mia madre (mio padre, arruolato in marina, si trovava nel Pacifico). Lei adorava gli oggetti antichi, e aveva una passione tutta speciale per i mobili coloniali americani. Trasportò ciò che restava della sedia vicino a Trenton, da un restauratore di sua conoscenza. L’uomo riuscì a ricostruirla, rimpiazzando i pochi perni mancanti.

   Ne risultò un pregevole esemplare di sedia a dondolo per bambini di epoca coloniale. La tenni nella mia camera per tutta l’infanzia. A un certo punto trovai delle decalcomanie di uccellini in una scatola di cereali, e le applicai sullo schienale. La sedia restaurata fu il primo mobile che potessi considerare davvero mio.

Dopo la laurea mi seguì sulla costa occidentale. Sopravvisse a vari traslochi da appartamenti a case in affitto e poi a dimore fatte edificare per la mia famiglia.

Nel 1977 andò perduta durante un trasferimento da un edificio affittato alla mia attuale residenza su un’isola di Puget Sound.

Per quanto riuscimmo a ricostruire, era caduta da un camion impegnato in un trasporto di mobili in un’altra zona dell’isola.

La perdita mi lasciò il cuore colmo di tristezza. Di quando in quando ripensavo alla mia sedia e mi rammaricavo di non essere stato più prudente al momento di traslocare.

    Due anni più tardi, mentre guidavo lungo la strada principale dell’isola (lunga in tutto non più di trenta chilometri), vidi una seggiolina a dondolo simile alla mia sotto il portico dell’unico negozio di antiquariato. Non era la mia, ma me la ricordava. Mi fermai e chiesi alla proprietaria, un’amica, quanto voleva per vendermela. Durante la nostra conversazione le raccontai l’intera storia, soffermandomi a descrivere nei particolari la sedia perduta. Lei mi guardò con un’espressione strana e poi disse:”Sembrerebbe identica a una che ho appena venduto a un commerciante californiano. E’ proprio qui sopra nel deposito. Gliela devo spedire domani”. Le spiegai che la mia aveva sullo schienale la decalcomania di un’anatra. A quel punto la proprietaria del negozio andò a controllare. La decalcomania era proprio nel punto che le avevo descritto. Non ebbe bisogno di altre prove. Naturalmente rientrai in possesso della mia sedia. L’ho sistemata in una stanza speciale, insieme ad altri cimeli dell’infanzia. E’ la mia “Rosabella”.

Impressioni:

C’è un dettaglio del racconto che ti ha colpito? Qualcosa che ti ha emozionato?

Connessioni:

ti ha fatto pensare a qualcosa che ti riguarda? Hai un oggetto personale cui sei molto legato?