Teseo e il labirinto: lettura e riflessioni scritte ispirate dalla scrittrice e maestra di scrittura “Deena Metzger”, in “Scrivere per crescere”, ed. Astrolabio, 1994.

Lettura di “Teseo e il labirinto” da “Dei ed eroi dell’Olimpo, di Roberto Piumini, casa editrice Mondadori. 

Teseo nacque a Samo, da Egeo ed Etra. Ancora prima della sua nascita il padre se n’andò dall’isola, dopo aver seppellito una spada sotto una pesante roccia.

“ Quando nostro figlio sarà cresciuto, dovrà essere tanto forte da spostare questa roccia, e trovare la spada” disse Egeo a Etra. “Allora potrà venire ad Atene, e diventare re.”

   Teseo crebbe forte e valoroso nella corsa, nella lotta, nella caccia e nel combattimento con ogni tipo di arma. Quando giunse il momento, la madre gli rivelò il nome del padre e gli indicò la roccia. Lui la spostò, e trovò la spada.

    “Ora puoi raggiungere Atene, e diventare re” disse Etra. “Puoi andarci per mare, che è il viaggio più sicuro, o per terra, lungo la costa, dove ci sono molti pericoli.”

    Teseo, coraggioso e desideroso di avventura, scelse la via di terra e dovette affrontare numerose prove. A Epidauro sconfisse Pereifete, strappandogli dalle mani la clava ricoperta di bronzo con cui quel bandito uccideva i viandanti. Vicino a Corinto incontrò il crudelissimo Sini: costui legava i piedi delle sue vittime alle cime di due pini piegati fino al suolo, che tornando dritti squartavano i loro copri. Teseo lo affrontò, lo vinse, e gli fece subire la stessa orribile fine. Più avanti, proseguendo verso Atene, affrontò e abbatté una brigantessa sudicissima, chiamata la Scrofa di Crommione. A Megara un certo Scrione obbligava i pellegrini a lavargli i piedi sul ciglio della scogliera, e mentre lo facevano li gettava con un calcio nel mare dove erano divorati da una gigantesca tartaruga marina. Teseo finse di subire il terribile scherzo, ma quando Scirone allungò il piede glielo afferrò e scagliò il brigante di sotto, dove il mostro lo ingoiò. A Eleusi il fortissimo re Cercione sfidava alla lotta i viaggiatori, e dopo averli battuti li uccideva: ma quando lotto con Teseo fu lui a essere sconfitto e ucciso. Poco più avanti viveva un certo Procuste, che invitava i viaggiatori a riposare su un bellissimo letto, sotto una grande tenda accogliente. Mentre dormivano, però, legava loro i piedi e le mani e glieli strappava tramite un meccanismo che allargava e allungava lentamente il letto. Il crudele trucco non riuscì con Teseo, che strappò le corde che gli tenevano braccia e gambe e gli restituì la tortura.

    Infine il giovane arrivò ad Atene, e grazie alla spada fu riconosciuto dal padre Egeo, ma gli restava da compiere un’altra impresa, prima di essere re.

    Bisogna sapere che Minosse, re di Creta, aveva sconfitto qualche anno prima gli Ateniesi in guerra, e li aveva costretti a un’orrenda punizione: ogni anno, sette ragazzi e sette ragazze di Atene erano mandati su una nave a Creta per essere divorati dal Minotauro.

    Costui, mezzo uomo e mezzo toro, era figlio della moglie di Minosse, viveva rinchiuso in un labirinto e nutrito in quel modo sanguinario.

   Quando Teseo giunse ad Atene, stava proprio per partire dal porto la nave con la terza di quelle tristi spedizioni.

     “Mandami al posto di una delle vittime” disse Teseo al padre, quando seppe il destino dei quattordici ragazzi. “Lotterò contro quel mostro, e se vincerò tornerò a regnare. Il segno della mia vittoria sarà la vela bianca issata sulla nave.”

     Egeo temeva per il figlio rivisto da poco, ma ammirando il suo coraggio lo fece partire insieme alle altre vittime.

    A Creta, il giorno precedente al sacrificio dei giovani ateniesi, Teseo incontrò Arianna, figlia di Minosse, che s’innamorò di lui e progettò un modo per aiutarlo.

   “Io non posso aggiungere nulla alla tua forza e al tuo coraggio per affrontare il Minotauro” gli disse in segreto, quella notte. “Però, se riuscirai a sconfiggerlo, posso aiutarti a uscire dal Labirinto…”

    Gli diede un piccolo gomitolo di sottilissimo filo di seta rossa.

     “Appena dentro il Labirinto” disse  “Lega un capo di questo filo al portone, e srotola il gomitolo a mano a mano; così, se resti vivo, potrai ritrovare l’uscita…”

    Il giorno dopo le quattordici vittime furono spinte nel Labirinto, e dietro di loro si chiuse il grande portone.

     Erano completamente nude, per non nascondere nessun tipo di arma: ma Teseo teneva, ben nascosto nella bocca, il gomitolo che Arianna gli aveva dato.

    Mentre gli altri giovani, pazzi di terrore, correvano qua e là cercando impossibili nascondigli, lui avanzava piano, srotolando il filo che aveva legato a un cardine del portone.

    Il minotauro, affamato e feroce, correva urlando per il Labirinto, cercava le sue vittime e le uccideva, seppellendone il corpo per divorarlo più tardi.

    Proprio quando stava per finire il filo, Teseo si trovò di fronte il mostro, con le lunghe corna e la bocca sporchi di sangue fresco. Invece di scappare, il giovane ateniese aspettò, preparandosi alla lotta.

    A Samo, durante gli anni della crescita, un famoso lottatore gli aveva insegnato un combattimento orientale, eseguito colpendo con i pungi a grande velocità i punti vitali del nemico, evitandone l’attacco con spostamenti rapidi.

    Così fece Teseo, schivando la prima carica del mostro e colpendolo duramente alla base del collo. Al secondo attacco del Minotauro, più incerto e traballante del primo, ,gli sferrò sul grosso naso umido un altro colpo, più deciso e potente. Il mostro cadde sulle ginocchia, e un terzo pugno dell’eroe, sferrato da Teseo in mezzo agli occhi, lo uccise.

    Quando fu sicuro della sua morte, l’eroe cominciò a tornare, seguendo il filo rosso di seta che aveva srotolato prima, fino all’ingresso sbarrato del Labirinto. Rimase in attesa finché, in piena notte, Arianna, che aveva deicso di fuggire con lui, aprì il portone. Nel buio raggiunsero il porto e la nave di Teseo, non ancora partita.

    Quando Minosse, al mattino, fu avvertito che il portone del Labirinto era aperto, che il Minotauro era stato ucciso e la figlia sparita, la nave ateniese era ormai solo un punto bianco nel mare, diretta a settentrione. Superando le prime isole che incontrò, continuò fino all’isola di Nasso, dove si fermò per caricare acqua e cibo.

    Teseo, forte nella lotta e nelle armi, non era altrettanto esperto nelle cose d’amore- Durante quella sosta fu preso dal timore delle proteste che avrebbe incontrato ad Atene sposando la figlia di Minosse, il re che aveva fatto divorare decine di giovani ateniesi dal Minotauro.

    Incerto anche sul suo amore verso di lei, decise di salpare nella notte, mentre Arianna dormiva in una casa del villaggio.

    Quando lei si svegliò e corse al porto, la nave di Teseo era ormai lontana, verso occidente, con la vela bianca gonfia di vento, per annunciare agli ateniesi da lontano, come aveva promesso alla partenza, la vittoria sul mostro di Creta.

     Ma il colore della vela sarebbe presto cambiato.

     A Nasso, Arianna, durante il pianto, aveva chiesto vendetta ad Afrodite, dea dell’amore.

    “A Creta, grande Afrodite, ho messo il mio amore sotto la tua protezione, e ti ho sacrificato tre agnelli….” Piangeva la figlia di Minosse. “Ricordi?”

    Afrodite ricordava. Impietosita dal dolore della ragazza, infuriata per quell’abbandono, la dea spedì sedici aironi dal lungo becco metallico all’inseguimento della nave di Teseo, che navigava spinta dal vento verso Atene. Come furie, gli aironi calarono rapidissimi dal cielo, lacerando e strappando con i becchi la vela bianca, che in pochi istanti fu ridotta a brandelli, in parte caduti in mare, in parte appesi alle corte.

    Poi, veloci come erano arrivati, gli aironi se ne andarono.

    Teseo e gli uomini, atterriti dal prodigio, restarono in silenzio, pentre la nave, ormai senza vela, rallentava e si fermava sul mare piatto.

     “La dea dell’amore ha preso la sua vendetta” ammise Teseo, abbassando la faccia. “Ma ora dobbiamo continuare il viaggio. Issate la vela nera: con quella arriveremo al porto, e spiegheremo poi a mio padre quanto è accaduto …”

    Così fu fatto, e dopo un giorno e una notte di navigazione, alle prime luci dell’alba, la nave apparve in vista del porto.

     Anche gli ateniesi la videro, e piangendo corsero ad avvisare Egeo che la vela era nera.

    Il re scese al porto, e vide con i suoi occhi il colore luttuoso della vela, sulla nave ormai vicina. Invano Teseo, e gli altri, si sbracciavano verso riva salutando e lanciando grida di festa.

     “Ecco i vivi che salutano i vivi …” disse triste Egeo.

Ma chi è morto non potrà più essere salutato, o abbracciato, o diventare re…”

     Disperato, si gettò da una roccia nelle acque del mare, annegandovi: da allora quel mare si chiamò Egeo.  

     Quando la nave giunse al porto, e Teseo ne scese correndo per andare a salutare il padre, già gli ateniesi piangevano la morte del re.

     A Nasso, intanto, Arianna ancora piangeva di solitudine e abbandono. Attorno a lei, però, leggero e invisibile già si aggirava Dioniso, dio dell’ebbrezza e della gioia, pronto  a darle il suo amore.

“Oltre a illuminare la vita, il pensiero e le tradizioni dell’antica Creta, questo mito ci parla della complessità della nostra psiche e dell’essenza sacra della vita” (da “Scrivere per crescere”, di Deena Metzger, ed. Astrolabio).

Proposte di scrittura della Metzger:

  • “Immagina un filo. Un filo che qualcuno ti dona. Non sai dove stai andando né come tornerai: sai solo che seguirai quel filo. Descriviti mentre procedi verso il labirinto. Descrivi il labirinto. Chi tiene il filo? Che cosa ti aspetti di trovare? Che cosa temi di trovare? Che cosa trovi?
  •   “Chi è o che cosa è il tuo minotauro?(…) Che cosa fai quando siete l’uno di fronte all’altro? Qual è la tua reazione interiore?

Possiamo svolgere questo percorso come scrittura semiautomatica, magari con musica classica in sottofondo (una musica che non rischi però di incidere troppo sull’umore di scrive).

Questa sarà la base per una riscrittura di una scena del mito che ha colpito maggiormente i ragazzi, a partire da un personaggio che sceglieranno.

Le illustrazioni dell’articolo sono tratte dall’albo “Icaro. nel cuore di Dedalo”, di Chiara Lossani e Gabriel Pacheco, che è l’illustratore.