Poesie condivise dal taccuino

“Mi nasconda…”, di Sandro Penna

Mi nasconda la notte e il dolce vento

da casa mia cacciato e a te venuto

mio romantico amico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci

degli uomini laggiù così lontani

sempre da me. Ed io non so chi voglio

amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare

– lenta vicenda inutilmente mossa

sovra il mio capo stanco di guardare.

Labirinto – di Wislawa Szymborska

  • E ora qualche passo da parete a parete,

su per questi a parete,

su per questi gradini

o giù per quelli

e poi un po’ a sinistra,

se non a destra,

dal muro in fondo al muro

fino alla settima soglia

da ovunque, verso ovunque

fino al crocevia,

dove convergono,

per poi disperdersi

le tue esperienze, errori, dolori,

sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,

ma senza ritorno.

Accessibile soltanto

Ciò che sta davanti a te,

e laggiù, a mo’ di conforto,

curva dopo curva,

stupore su stupore,

e veduta su veduta

puoi decidere

dove essere o non essere,

saltare, svoltare

pur di non farti sfuggire.

Quindi di qui o di qua,

magari per di lì,

per istinto, intuizione,

per ragione, di sbieco,

alla cieca,

per scorciatoie intricate.

Attraverso infilate di file

di corridoi di portoni

in fretta, perché nel tempo

hai poco tempo,

da luogo a luogo

fino a molto ancora aperti,

dove c’è buio e incertezza.

Ma insieme chiarore, incanto

Dove c’è gioia benché il dolore

Sia pressoché lì accanto

E altrove, qua e là,

in un altro luogo e ovunque

felicità nell’infelicità.

Come parentesi dentro parentesi,

e così sia

e d’improvviso un dirupo

un dirupo ma un ponticello

un ponticello ma traballante,

traballante, ma solo quello

– Perché un altro non c’è.

     Deve pur esserci un’uscita,

    è più che certo.

   Ma tu non la cerchi,

   è lei che ti cerca,

   è lei fin dall’inizio

   che ti insegue,

   e il labirinto

   altro non è

   se non la tua, finché è possibile,

   la tua, finché è tua,

   fuga, fuga.

Se questo è un uomo – poesia di Primo Levi.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Disattenzione, di Wislawa Szimborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,

come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro

incombenze,

ma senza un pensiero che andasse più in là

dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,

e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e nessun perché.

E da dove è saltato fuori uno così.

E a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro.

Oppure

(e qui un paragone mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti

perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno o più giovane,

il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai.

Poiché dopo tutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,

ma già in uno spazio lasciato per sempre.

è durato 24 ore buone.

1140 minuti di occasioni.

86.400 secondi in visione.

Il savoir vivre cosmico,

benché taccia sul nostro conto,

tuttavia esige qualcosa da noi: un po’ di attenzione, qualche frase si Pascal

e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote.

Neve, di Umberto Saba.

Neve che cadi

dall’alto e noi

copri,

coprici ancora,

all’infinito.

Imbianca

la città con le case

e con le chiese,

il porto con le

navi; le distese dei prati, i mari

agghiaccia; della

terra

fa’- tu augusta e pudica- un astro

spento

una gran pace di

morte. E che tale

essa rimanga un tempo

indeterminato

un lungo volger d’evi.

Ancora un poco, di Giorgio Seferis

Ancora un poco

e scorgeremo i mandorli fiorire

brillare i marmi al sole

e il mare fluttuare.

Ancora un poco, solleviamoci ancora un po’ più su.

“Concedetevi una vacanza…”, di Franco Arminio, da “Cedi la strada agli alberi”

Concedetevi una vacanza

intorno a un filo d’erba,

condedetevi al silenzio e alla luce

alla muta lussuria di una rosa.

Vorrei essere un melo selvatico, di Attila Jossef

Vorrei essere un melo selvatico

un grande melo selvatico,

vorrei che del mio corpo si saziassero

tutti i bambini affamati, coperti dalla mia ombra.

Vorrei essere un melo selvatico

che quando sarà secco un gioro,

e abbattuto dal padre inverno,

asciughi con la sua fiamma

le lacrime degeli orfani cupi.

Ogni giorno è un quartiere, da Viaggia verso, di Chiara Carminati

Ogni giorno è un quartiere

che non conosco ancora.

Mi guardo intorno, esploro

le linee del futuro

con ogni passo incido

la mappa del cammino

seguo salite e curve

decido direzioni

calpesto asfalto crudo

e lancio avanti i sogni

a illuminare incroci

ma se non sono solo

qualunque sia la strada

io volo.

La lettura, di Chandra Livia Candiani

Figlia dell’inverno

la lettura

offre la storia

e il silenzio,

il nereo del legno

e il bianco della neve.

Il silenzio tra le parole

permette alle parole

di procedere

e come il silenzio

degli animali

e dei ricordi,

attivo e fertile,

non cospira

con l’infelicità

di dire sempre

solo quello che sai già.

Ho bisogno delle parole

degli altri per scandagliare

le mie.

Ascoltando

scrivendo

scopro cosa so.

Le parole

sono la casa del mondo

lo straccio che lava

le cose.

Leggendo

più che comprendere

faccio scioccamente parte

della dolcezza d’essere.

Leggo per abitare

scrivo per traslocare.

Sera d’aprile, di Antonia Pozzi

Batte la luna soavemente

di là dai vetri

sul mio vaso di primule:

senza vederla la penso

come una grande primula anch’essa,

stupita,

sola,

nel prato azzurro del cielo.

Il più bello dei mari, di Nazim Hikmet.

Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti

e quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

Tramontata è la luna, di Saffo

Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua,

e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia eros

come vengo sul monte

che irrompe entro le querce:

e scioglie le membra e le agita,

dolce amara indomabile belva.

ma a me non ape, non miele;

e soffro e desidero.

Io vivere vorrei addormentato, di Sandro Penna

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.

Notte bella, di Sandro Penna

Notte bella, riduci la mia pena.

Tormentami se vuoi, ma fammi forte.

Sera di aprile, di Antonia Pozzi

Batte la luna soavemente

di là dai vetri

sul mio vaso di primule:

senza vederla la penso

come una grande primula anch’essa,

stupita

sola

nel prato azzurro del cielo.

Il più bello dei mari, di Nazim Hikmet

Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

Felice chi è diverso, di Sandro Penna.

Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.

Sere in via Fossareto, di Giovanni Arpino

Lungo il muro e la sera

vanno i ragazzi del collegio

cantando forte la luna di maggio

venture di mare e di vento

che non vengano a rapirli.

Il cielo di questa notte

è sceso sulla piazza

a giocare con le vesti

chiare delle donne.

Da tanti anni passano

dei balconi le foglie

degli alberi nuovi

con sogni e fortune

che non accadranno.

Estiva, di V. Cardarelli

Distesa estate,

stagione dei densi climi dei grandi mattini

dell’albe senza rumore –

ci si risveglia come in un acquario –

dei giorni identici, astrali,

stagione la meno dolente

d’oscuramenti e di crisi,

felicità degli spazi,

nessuna promessa terrena

può dare pace al mio cuore

quanto la certezza di sole

che dal tuo cielo trabocca,

stagione estrema, che cadi

prostrata in riposi enormi,

dai oro ai più vasti sogni,

stagione che porti la luce

a distendere il tempo

di là dai confini del giorno,

e sembri mettere a volte nell’ordine che procede

qualche cadenza dell’indugio eterno.

Mezza estate, Tobago, di D. Walcott

Larghe spiagge lastricate dal sole,

calore bianco.

Una fiumana verede.

Un ponte,

gialle palme bruciacchiate

giù dalla casa in letargo estivo

appisolata per tutto l’agosto.

Giorni che ho stretto,

giorni che ho perduto,

giorni che sono troppo grandi, ormai,

per rifugiardi nel porto delle mie braccia.

La rosa bianca, di Attilio Bertolucci, 1934

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

è un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Autunno, di Vincenzo Cardarelli

Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d’agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e piangenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest’autunno che incede

con lentezza indicibile.

il miglior tempo della nostra vita

e lungamente ci dice addio.

“Idillio”, di P. Cappello

Il temporale è passato di qua.

La ragnatela del ragno crociato

è un battimani di luce che varia,

non varia, al fresco di brezza che ti ha messo

respiri alle foglie. Concede adesso

nuovo calore il sole, e come passa

fra il pettine dei rami dal sereno

sull’angolo di muro in piena luce

ritornano fulminee le lucertole

a mettere teste e dorsi di rettile;

il temporale è passato di qua:

e dove il cielo ha colore di selce

un tuono tarda sovrano ma poco

increspa, del suono infertole,

quiete.

“Nuvole”, di P. Cappello

(Non sono solo nuvole le nuvole

che nuvola più nuvola più nuvola

fanno disfanno nel cielo figure

di maghi di draghi o serpi o sirene

ma sillaba più sillaba con cura

staccano voci musiche serene

queste che fra parentesi ho posate

sulla prora di nuvole d’estate).

Eppure non ha senso rimpiangere il passato – di Antonella Anedda, da Historiae, Einaudi, Torino, 2018

Eppure non ha senso

rimpiangere il passato,rpvoare nostalgia per quello che

crediamo di essere stati.

Ogni sette anni si rinnovano le cellule:

adesso siamo chi non eavamo.

Anche vivendo – lo dimentichiamo – restiamo in carica per poco.

Sei quasi commovente, di Vivian Lamarque

Sei quasi commovente

quando mi segui per iente

quando ti sposti di stanza

solo perché io mi sposto di stanza

devi allora da capo cercare

nuovo luogo e modo di fare ciambella

una nuova posizione

è questo il tuo discreto modo

di dare dedizione.

Dioppold l’ottico, di Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

Che cosa vedi adesso?

Globuli rossi, gialli, viola.

Un momento! E adesso?

Mio padre, mia madrer e le mie sorelle.

Sì! E adesso?

Cavalieri in armi, belle donne, volti

gentili.

Prova queste.

Un campo di grano – una città.

Molto bene! E adesso?

Molte donne con occhi chiari e labbra

aperte.

Prova queste.

Solo una coppa su un tavolo.

Oh, capisco! Prova queste lenti!

Solo uno spazio aperto – non vedo niente

in particolare.

Bene adesso!

Pini, un lago, un cielo estivo.

così va meglio. E adesso?

Un libro.

Leggimene una pagina.

Prova questet.

Profondità d’aria.

Eccellente! E adesso?

Luce, solo luce che trasforma tutto il

mondo in un giocattolo.

Molto bene, faremo gli occhiali

così. –